sabato 17 marzo 2012

Il bambino non è un elettrodomestico. La mamma sì.

Curiosa non è solo curiosa, ma generosa e brava. Anzi, bravissima. Ha comprato il libro di Giuliana Milei (quindi ha speso dei soldi), lo ha letto (quindi ha speso del tempo), lo ha digerito (altro tempo, spero solo quello) e sfornato sottoforma di recensione.
Il post è insolitamente lungo ma vale la pena leggerlo tutto.
Buona lettura!

In libreria sullo scaffale dedicato alla puericultura, tra il libro dei nomi e quello di Tata Lucia, fa bella mostra di sé “Il bambino non è un elettrodomestico”, ed. Feltrinelli, autrice Giuliana Mieli, psicologa, consulente per vent’anni dell’Ospedale San Gerardo di Monza e successivamente, per otto anni, dell’ospedale San Giuseppe di Milano.
Avendo sentito parlare entusiasticamente dell’autrice decido di imbarcarmi nella lettura, nonostante già il titolo mi suoni irritante nella sua banale saccenza. Leggendo poi si scopre che il titolo, insieme al libro stesso, è stato ispirato dalla lettura di Estivill (al quale si deve, pare, l’infelice paragone tra bambino ed elettrodomestico) e dalla volontà di confutare le sue teorie.

Cos’è allora il bambino?
Teniamoci il dubbio perché il libro parla d’altro, soprattutto di cos’è un genitore, di cos’è la scienza, di cos’è la società e perché è così, di cosa dev’essere la psicologia, di cosa devono fare medici e ostetriche, insegnanti, economi e politici. Un collage di temi con cui l’autrice ha la pretesa di costruire un impianto coerente, ma ottenendo il solo scopo di tediare (o a tratti indignare… ma non vi anticipo nulla…) il lettore senza riuscire a dimostrare ciò che vorrebbe. La tentazione di chiudere il libro e infilarlo sotto la gamba del tavolo viene più volte, ma visto che ho fatto la fatica di arrivare fino in fondo ora provo a mettere ordine nelle mie considerazioni.

Il primo capitolo ci descrive i mutamenti ormonali ed emotivi legati alla gravidanza attribuendo ad essi il valore di archetipo delle dinamiche educative e genitoriali; gravidanza, travaglio e parto sarebbero il mezzo che la natura utilizza per mostrare alla madre (e al padre) la via da seguire nell’accudimento del figlio una volta che sarà nato, un vero e proprio trattato di psicologia in nuce. La grande lezione del parto, con la sua lentezza e gradualità in un moto a stantuffo, in un dentro e fuori, simile al movimento del coito ci insegna che in ogni successivo passaggio di crescita della vita (…) l’essere umano procede così, per salti, piccole quantità di esperienza che si coagulano, attraverso la ripetizione, in un’improvvisa disponibilità alla maturazione che diventa la conquista di una competenza superiore.

L’autrice si serve delle dinamiche della crescita e del rapporto genitore-figlio nell’età evolutiva sovrapponendole all’esperienza della gravidanza e del parto al fine di dimostrare come questi ultimi siano prefigurazione e modello delle prime, in un gioco di ribaltamento la cui inconsistenza logica salterebbe agli occhi anche del lettore più sprovveduto.
Ecco, appunto, il lettore: chi è? A chi si rivolge questa pregevole fatica letteraria?
Giuliana ci dice in apertura che non è un testo per addetti ai lavori, ed infatti, anche per la sua collocazione in libreria, si direbbe destinato ai neo- o futuri genitori, immagino prevalentemente mamme.

E infatti l’interlocutrice ideale per le fantasie della Mieli è la gravida, che, non appena si accorge (grazie al messaggio che riceve dalle sue emozioni, senza bisogno di comprare il test in farmacia) di essere incinta, sprofonda in una regressione che la rende più fragile, ma più duttile ed emotiva, per poter adempiere al suo compito di plasmarsi a interpretare e comprendere i bisogni del piccolo umano; fino a condurla ad uno stato un po’ onirico, ‘delirante’.
La futura genitrice così tornata bambina potrà così credere alle belle favole che le vengono raccontate dalla dolce Giuliana: dalle sensazioni piacevoli della gravidanza interpretate come godimento profondo, onnipotenza creativa, perfezione, al significato dei piccoli/grandi fastidi della gravidanza come elementi di disturbo inseriti dalla natura per rendere possibile emotivamente la separazione, affinché lei capisca come nulla che pur si desideri possa avverarsi senza pazienza o fatica; potrà pensare al parto come a un misto di emozioni di desiderio e di perdita e come a una danza, a un susseguirsi di abbracci e abbandoni, al ripetersi di una separazione provata e riprovata, poi definitiva, in una straordinaria comunicazione segreta fra il bambino e la mamma, sincronia del sentire e del muoversi ritmicamente per mano verso l’avventura del cambiamento; capirà che la lentezza del travaglio (…) la protegge dalla perdita improvvisa, cosa che invece lascia spesso l’amaro in bocca alle donne cesarizzate; saprà che il dolore del parto è il dolore di una rinuncia che chiude un’epoca di onnipotente possesso e che nessun altro sentimento (…) potrebbe garantire una preoccupazione e una concentrazione così elevata se non il dolore. Senza però dimenticare che il parto è anche un rincorrersi fra piacere e dolore e che una donna presente e partecipe prova in quell’attimo una sensazione sublime, orgasmica, di piacere fisico nelle sue parti genitali sensibili, di pienezza emotiva, di orgoglio e dolcezza, un tripudio dei sensi e del cuore, indimenticabile, invidiato.

Il tripudio ovviamente è possibile solo se si è informati e fiduciosi – un lasciar fare alla natura senza opporre resistenza e tenendo conto che intelletto, razionalità, ‘il maschile’, la tecnica devono stare dietro le quinte e attendere. Infatti è risaputo come il coinvolgimento e l’accompagnamento esclusivo da parte dell’ostetrica abbassino immediatamente il ricorso al cesareo e all’uso di analgesia epidurale.

Sarà anche risaputo ma l’autrice non si degna di citare uno straccio di bibliografia a supporto di questa interessante tesi. D’altra parte la povertà delle argomentazioni ben si sposa con la necessità di fare appello non alla razionalità ma all’emotività di chi legge: gli autori citati, almeno per quanto riguarda il tema ostetrico, hanno ben poco di scientifico (Odent, Schmid..!), e la prosa è infarcita di termini suggestivi come arcaico, naturale, simbolo, metafora, la natura ci suggerisce, e addirittura slogan: il materno contiene ma non comprime.

Così galvanizzata dall’idea dell’entusiasmante avventura che sta per intraprendere, la gestante può procedere nella lettura e scoprire, in un breve riassunto, quali sono le tappe dell’età evolutiva vista come percorso di progressivo distacco del bambino dalla simbiotica fusionalità iniziale con la madre fino al raggiungimento dell’autonomia e della reciprocità affettiva. L’approccio è ovviamente orientato sulla crescita “ad alto contatto” (anche se questa definizione l’autrice non la usa mai), ma con una visione piuttosto equilibrata, esente da estremismi bortolottiani, non necessariamente condivisibile in toto ma comunque interessante per come presenta i ruoli genitoriali sia materno sia paterno e la compenetrazione dei codici affettivi maschile e femminile.
Peccato che questa rapida dissertazione sulla psicologia evolutiva serva alla Nostra allo scopo di confermare la validità delle tesi sostenute in precedenza: e così ci viene elencata una serie di presunte analogie tra gravidanza+parto e le dinamiche evolutive svelate dalla psicologia .

Come il parto
, come nel parto, come l’utero e altre espressioni simili si ripetono come un mantra, ossessivamente, fino al ridicolo (per un osservatore critico ma certo non per la delirante e onirica panciuta).
Il parto (attenzione, non la nascita, ma il parto nei suoi caratteri imprescindibili: naturale, lungo e doloroso) diventa così l’archetipo delle realtà più svariate: l’accudimento del neonato, la graduale conquista dell’autonomia del bambino, le tappe di crescita della prima infanzia come il controllo degli sfinteri; ma anche la complementarità naturale dei ruoli genitoriali: la funzione paterna di sostegno alla coppia simbiotica madre-figlio e di accompagnamento del figlio nell’esplorazione del nuovo, mentre l’amore materno, di cui è simbolo l’utero, contiene e trattiene dal crescere e sperimentare, e allora meno male che ci sono stati la gravidanza e il travaglio a insegnare alla madre la necessaria disponibilità al distacco; l’imprinting dell’utero come riferimento indelebile su cui misurare la qualità dell’accudimento dopo la nascita; e nientemeno che l’adolescenza, la quale del parto ha tutte le caratteristiche, e la vita stessa, in quanto alternarsi e susseguirsi di momenti di fatica e di abbandono; non può mancare ovviamente la sessualità, ciò che di più assomiglia e ripropone la fusionalità simbiotica dell’utero materno (sull’argomento si torna più avanti, verso la conclusione, dove scopriamo che tra sessualità e maternità c’è una coincidenza fra luoghi e ormoni, ma soprattutto c’è in entrambe la disponibilità ad aprirsi e ad accogliere, a un darsi e abbandonarsi fiducioso che facilita e accompagna entrambe le funzioni).

Insomma il parto, purché se ne rispettino i tempi e i significati emotivi, insegna a vivere, a stare bene col marito, a fare all’amore come si deve, a insegnare al figlio a fare la pipì nel vasino, a fargli passare il numero giusto di ore davanti alla play station, e ad affrontare col sorriso i suoi casini adolescenziali.

Successivamente l’autrice si sente in dovere di propinarci una bel malloppo di digressione sulla storia della filosofia, in onore alla sua formazione di filosofa teoretica prima ancora che psicologa clinica.
Passando per Needheim e il suo tuffo nella civiltà cinese, per la critica operata da Whitehead, Husserl, Marx e Paci, e infine per la rivoluzione portata nella fisica dall’avvento della relatività e della quantistica, veniamo resi edotti su come la filosofia e la scienza di impostazione galileo-newtoniana abbiano condizionato negativamente la civiltà occidentale a partire dall’età moderna, in quanto medicina, biologia, antropologia, sociologia, economia, la stessa psicologia (…) e in generale le cosiddette scienze umane si sono sviluppate sotto l’influenza della teorizzazione tipica delle scienze esatte nate con Galileo e hanno quindi sofferto dell’estensione di un metodo del tutto inappropriato alla loro materia complessa.
Questa inappropriata estensione della visione meccanicistica a esplorare fenomeni complessi come quelli biologici o umano-sociali ha fatto sì che l’intera civiltà occidentale si sia sviluppata basandosi su una erronea contrapposizione corpo/mente, materia/spirito; solo in tempi recenti, e in maniera ancora troppo marginale, è emersa la necessità di riscoprirsi, di ritrovare la propria natura, le proprie umane aspirazioni soffocate da una civiltà che tanto ha fatto per il dominio dell’uomo sulla natura da dimenticarsi dell’uomo soggetto.

Le conseguenze catastrofiche di questo errore di fondo ci vengono presentate in apertura del quarto capitolo, che si lancia in una rassegna di tutti gli orrori della civiltà del progresso (il lavoro alienante, l’assenza emotiva a livello familiare, la scuola che imbottisce di sapere, raramente insegna, i condizionamenti consumistici, la droga, la precarietà, l’urbanizzazione selvaggia, l’inquinamento, il traffico, i mezzi di comunicazione come compagni di relazioni virtuali) con una esaustività argomentativa e una puntualità della prosa degne di un ottimo tema di seconda media. Condita di morale da Zecchino d’Oro, l’esposizione raggiunge vette eccelse ad esempio nella seguente perla di saggezza complottistica (presentata naturalmente come dato vero e accertato):
Non stupisce che negli anni settanta la CIA non si sia fatta scrupolo a diffondere l’LSD, appena scoperto e noto per le sue pericolose proprietà allucinogene, in mezzo ai giovani contestatori che criticavano il sistema e ai loro divi: era un mezzo come un altro per deviare la protesta in un senso autodistruttivo.

Giuliana evidentemente aveva accordi con la casa editrice per un preciso numero di pagine da riempire, perché a questo punto ci allieta con un altro bell’excursus di 30 – 40 pagine sull’evoluzione della psicologia da Freud in poi, e su come solo in tempi recenti si sia gradualmente arrivati a superare la divisione rigida mente/corpo, razionalità/istinto, a considerare l’uomo come inscindibile unità psicofisica e a recuperare l’importanza per la salute psichica dell’affettività fin dalla primissima infanzia.
La biografia è ricca e al lettore profano di psicologia le argomentazioni paiono di tutto rispetto; del resto la signora vanta una formazione coi fiocchi e decenni di esperienza in ospedale, insomma, saprà il fatto suo.
Desta solo qualche perplessità leggere, ad esempio, quando si parla del legame tra ormoni e relative emozioni, il rimando bibliografico a… un neurobiologo? Un endocrinologo?... No! Verena Schmid. Mah!

Nel quinto capitolo giungiamo finalmente al punto d’arrivo delle m(i)elense riflessioni e capiamo la mission del libro:
Vorrei dunque che fosse restituita alla gravidanza e al parto la loro veste emotiva naturale: questo presuppone, però, dati i tempi in cui viviamo, la consapevolezza della necessità di estendere la conoscenza dell’affettività e del suo svolgersi sia al personale che principalmente si alterna nelle cure alla donna gravida, sia agli stessi genitori, attori della gravidanza. Questo per garantire la possibilità di un’assistenza capace di cogliere e valorizzare aspetti emotivi presenti e per lo più ignorati, di comprenderli e accompagnarli e di svolgere un preziosissimo ruolo di prevenzione rispetto alla gravidanza stessa e al suo corretto svolgersi, al parto e al dopo-parto e contemporaneamente di utilizzare il percorso della maternità come momento informativo ed educativo per far passare alle famiglie delle semplici e preziose conoscenze sulle modalità di educazione dei propri figli. (…) diffondere questa verità con semplici parole mi sembra un dovere ineludibile. Mi sono esercitata a farlo per anni con risultati straordinari: lo faccio dove ancora posso e mi sento circondata da un enorme interesse.

Questa missione salvifica si fonda ovviamente sull’assunto imprescindibile della dilagante e nefasta medicalizzazione della gravidanza, anche nella sua declinazione ancora più nera: la psichiatrizzazione della gravidanza con la sua caccia alla depressione post-parto, estesa a tutto il territorio nazionale, quasi si trattasse di un evento costitutivo e pressoché ineluttabile dell’avventura della maternità, contro cui combattere con test e psicofarmaci.
Parte qui la solita tirata contro i cesarei elettivi e la partoanalgesia, espressioni di scienza e tecnologia usate per aggredire l’evento naturale. Qualche chicca su:
cesareo
quasi nessuna donna cesarizzata vorrebbe ripetere l’esperienza…
ho riscontrato un grande senso di delusione e deprivazione in donne che avevano subito un cesareo…
difficoltà che appaiono ripresentarsi puntualmente [nei figli di cesarei] all’appuntamento adolescenziale – un nuovo parto – a causa dell’assenza di un’esperienza attiva nella nascita…
e epidurale:
facilitata e incoraggiata dal trionfare di un passaparola superficiale, che poco ha a che fare con l’informazione scientifica, teso a reclamizzare i vantaggi del parto indolore
ricetta millantata per facilitante o risolutiva…
nuova opportunità per gli anestesisti
annulla ogni partecipazione attiva, il godimento e l’apprezzamento della propria competenza e capacità…
aumento di parti operativi in seguito all’uso dell’epidurale…
Salvo poi correggere un pochino il tiro con la magnanima ammissione:
Non sono mai stata contraria all’uso dell’epidurale quando è necessario, valutando caso per caso (…) Sono contraria quando la si vuole far diventare una regola inindagata.

Segue una rinnovata glorificazione della forza creativa naturale e profonda del femminile, con la sua provocante, irrompente, sensuale, capace corporeità; altre fantasie sull’animalità sensuale, il momento magico di resa all’irruenza del bambino, l’istintualità animale, la nostra natura di splendidi mammiferi… E poi finalmente Giuliana ci illumina sul vera funzione della psicologia in maternità.
Sostanzialmente il ruolo dello psicologo in reparto maternità dovrebbe essere triplice:
- fornire agli altri operatori sanitari gli strumenti affinché sappiano rapportarsi alle pazienti con una responsabilità e una presa in carico non solo tecnica ma anche emotiva
- cogliere i segnali di un vissuto emotivo eventualmente non fisiologico ed offrire adeguata assistenza, anche perché, grazie alla regressione, prendere in carico una donna in gravidanza abbrevia i tempi di cura (…) proprio a causa della grande disponibilità psicologica connessa con la modificazione ormonale e della forte motivazione e determinazione legate al desiderato processo creativo
- intervenire nei casi in cui purtroppo il percorso della gravidanza è turbato da sofferenza e insuccesso, non solo come sostegno di fronte al lutto, ma soprattutto per andare ad indagare le eventuali cause psicosomatiche [?!] della patologia o dell’evento luttuoso (iperemesi, aborto spontaneo, MEF, aborto terapeutico, prematurità, infertilità) al fine di risolverlo o di evitarne la ripetizione.

Giunta, con sollievo, alla fine delle arrancanti 257 pagine, mi restano impressioni contrastanti.
Da una parte, per mancanza di competenza, non sono in grado di mettere in discussione le tesi psicologiche dell'autrice, né di dubitare del valore del suo operato decennale sia nella clinica sia nella formazione. In fondo il punto di arrivo della sua riflessione può essere valido, anche se io personalmente non lo condivido: non ritengo che sia il ginecologo o l'ostetrica a doversi preoccupare della mia salute psicologica, ma forse solo perché sono fortunata e so dove trovare altrove la comprensione e il supporto di cui posso aver bisogno; non escludo però che per altre persone in situazioni più complicate un tipo di assistenza più attento e completo possa rappresentare un'opportunità, magari l'unica. E in fin dei conti un aiuto in più non dovrebbe mai far male, no?
E posso anche darle credito quando dice di aver sempre incontrato, nella sua esperienza più che ventennale in reparto maternità, la stima e la collaborazione dei medici, magari dopo un iniziale scetticismo: immagino che la fiducia tra professionisti possa costruirsi sull’esperienza quotidiana della bravura, serietà ed affidabilità di un collega, nonostante eventuali visioni di fondo contrastanti.

Ma ora Giuliana in reparto non ci lavora più e, pare, si dedica alla formazione. Quindi tiene corsi – prevalentemente alle ostetriche, immagino – e scrive libri. Con cui spera, ci dice in ultima pagina, di raggiungere un pubblico sensibile e intelligente (…) e di ispirare nelle persone comuni, nei genitori, negli insegnanti, negli operatori sanitari una consapevolezza e una preoccupazione che porti al rispetto della sfera emotivo-relazionale dell’esistere

E qui mi chiedo come possa questo pubblico, in parte specialistico o comunque con una formazione si suppone quanto meno sufficiente a saper leggere un testo con spirito critico, possa accordare fiducia a tesi "dimostrate" in modo così palesemente arbitrario e fazioso, basate su bibliografia in gran parte pseudo-scientifica (nell’ultimo capitolo tornano alla ribalta con prepotenza Odent, Schmid, Gaskin e… Mieli), esposte come VERITA' e con sconfinamenti grotteschi che spaziano dal banale luogo comune, alla tesi dietrologica, alla farneticazione (non trovo altre definizioni per la descrizione del dolore del parto).
Pur con tutta la buona volontà e l'apertura mentale e la disponibilità a mettersi in discussione, come fa chi legge questi libri (o partecipa a questi corsi), a resistere alla tentazione di prendere e buttare tutto quanto nel gabinetto?!

47 commenti:

  1. a parte che un libro con un titolo simile non è che non lo leggerei mai, ma nemmeno lo prenderei in considerazione come lettura vagamente utile.Ma sono persone come questa che mi fanno paura quando diventano "guide"per la formazione di altre persone...

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    1. il problema è che queste persone ci sono, e quando sei li che stai per partorire tra mille pensieri, dolori e senza forze, sei totalmente in balia di gente così....che con quell'atteggiamento rischia non solo di creare dei problemi ritardando determinati interventi, ma che spesso incide sulla psiche della futura mamma. Così dopo ci sono mamme con depressione post partum, mamme che sono talmente rimaste scioccate dal parto e dal trattamento che pensano a non vivere mai più quell'esperienza.

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  2. Aiuto.....la consapevolezza è che di questi inutili libri ne son pieni gli scaffali delle librerie, librì così possono servire solo per il macero ed il riciclo della carta, detto questo trovo insopportabile, inammissibile, vergognoso che ancora ci sia qualcuno che associ l'orgasmo al momento del parto questa cazzata l'ho letta e sentita troppe volte e mi fa star male è quanto più di cattivo pessimo gusto ci possa essere, la gravidanza è semplicemente una gravidanza e il parto è semoplicemente un parto tutte le cazzate di cui infarciscono le donne sono semplicemente cazzate.
    Questo blog è la speranza...continua a informarci sei grande!

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    1. io ho lavorato in un videonoleggio e non hai idea delle tante "tendenze" che si trovano nel settore hard. Ci sono quelli che l'orgasmo lo hanno guardando un paio di piedi, quindi sentire una quando partorisce ha avuto un'orgasmo, non mi sorprende(purtroppo)....il punto è un'altro, cercare di convincere che per tutti debbe essere così, come se quella fosse la regola.

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    2. E' proprio terribile l'associazione....stiamo parlando di neonati!!!! Cosa c'entrano col piacere sessuale? E se anche qualcuna avesse avuto tale incredibile esperienza...lo tenesse per se!!! Sono stufa non si sente altro che parlare di sesso come se fosse acqua, ma non era meglio un tempo quando le coppie si facevano i fatti loro in camera da letto e non esternavano a tutto il mondo? Dobbiamo riappropriarci del senso del pudore e del rispetto per la donna che partorisce ma la lasciassero in pace nell'intimo del suo parto magari anche adeguatamente sedata e non urlante e sofferente, guerriera e orgasmica BASTA!!!!!!!

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    3. lo so, fa senso anche a me...ma ti assicuro che di perversioni ne ho viste tante in quel lavoro che non mi stupisce più nulla.Comunque io non penso che quando parlano di orgasmo intendano parlare del parto come di un atto sessuale.Secondo me è solo un modo per esasperare ed enfatizzare un aspetto che è più o meno doloroso, per promuovere la propria convinzione che una donna debba partorire con l'orgoglio di un vero "mammifero"tornato all'età della pietra(come se allora a partorire si facevano le risate o chissà che...vabbeh)

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  3. Conosco la tesi dell'analogia fra mancato travaglio e incapacità di lasciare andare il figlio nell'adolescenza dalla bocca di un'altra psicologa - di cui avevo forse accennato qui - e per averle esperite con un lavoro su me stessa, ma sarebbe troppo lungo e inappropriato parlarne qui. Il problema è che queste verità a mio avviso funzionano con un certo tipo psicologico ma non con un altro. Che cosa potrei dire di mia zia, madre di sei figli partoriti tutti in casa naturalmente eppure assolutamente incapace di accettare che la seconda figlia si sia sposata e sia voluta andare a vivere lontano, tanto che invece la prima figlia per la sofferenza di non essere lasciata andare, ha avuto un esaurimento nervoso? Ci sarebbe tantissimo di cui parlare e discutere, rimane per questo motivo il mio fondamentale scetticismo verso la divulgazione della psicologia, la psicologia è una pratica di cui veramente si può capire qualche cosa solo con un profondo lavoro su di sè, leggere e sentire informazioni teoriche aggiunge tantissima nebbia e voglia di giudicare gli altri, e se stessi.

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  4. Anonimo, Laur@, inutile dire che sono d'accordo con voi...
    Ma resta la domanda: come fa gente come questa a fare formazione?!
    Mi piacerebbe tanto che rispondesse qualcuno "del settore", gli operatori a cui la Mieli si rivolge: dopo anni di studi, faticosi e seri, e di esperienza sul campo, come reagite quando incontrate questi personaggi?

    Curiosa

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  5. Laur@ io distinguerei l'esperienza clinica dalla divulgazione.

    Nell'esperienza clinica guardi al singolo caso, nella discussione scientifica generalizzi, nella divulgazione nel caso migliore semplifichi, nel caso peggiore banalizzi e distorci.

    Questa personaggia può essere bravissima come terapeuta ma assolutamente inadeguata come divulgatrice scientifica.

    Però il nodo che tocchi della formazione del personale sanitario è davvero molto importante: un'impostazione come questa rischia molto seriamente di convincere il singolo operatore che la donna che teme il dolore o si lamenta molto è una narcisista che non vuole lasciare andare il figlio, e quindi "PER IL SUO BENE" le si nega l'epidurale. Spero che si lavori altrettanto sul rispetto dell'individualità della persona e per non imporre un dolore insopportabile a nessuno.

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    1. ecco questo è tremendo! che quella corrente di penseiro arrivi a negare dei diritti, del sostegno, dell'individualità di ogni persona.

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    2. Già.
      Ed è abbastanza allarmante che la Mieli sia legata ad un pubblicoi ospedale dove prevale una certa "filosofia" ostetrica che nega la peridurale su richiesta materna.

      E poi viene proprio da ridere (o da piangere) se pensiamo che l'idea di parto orgasmico nasce da un ragionamento assurdo basato sull'analogia.

      Siccome il parto è il traguardo di un coito andato a buon fine, siccome interessa le zone genitali, siccome il dolore è ritmico esattamente come i movimenti del rapporto sessuale.... allora deve essere necessariamente "piacevole".

      Se le 23 coltellate a Cesare fossero state tutte indirizzate ai suoi regali genitali, se la lama del coltello fosse entrata e uscita 23 volte con un certo ritmo.... il condottiero romano avrebeb provato l'orgasmo?

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    3. @Calenda Maia,
      io non andrei mai da una terapeuta che "partorisce" tali sciocchezze come ho gia scritto sopra sull'orgasmo, sul coito, sul tripudio invidiato etc sarà che sono dissacrante e terribilmente pratica di natura, solo con i bimbi non lo sono ma ho il ricordo della mia adorata mamma che era proprio come me...rifiutava il dolore (na ha ben sofferto...è morta di cancro) mi ricordo che le tolsero una ghiandola linfatica dall'ascella senza che l'anestesia avesse preso...fu ignorata, succedeva a Roma negli anni 80 ecco il perchè sono così agguerrita sul proteggere le donne dal dolore.

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    4. Laur@
      mi dispiace tanto per tua mamma. Non so come fosse la situazione italiana negli anni '80, dal poco che conosco mi pare che da noi una certa sensibilità verso il trattamento del dolore sia arrivata con molto ritardo. Penso a mio nonno buonanima ha subito una ricostruzione del braccio, colpito da una pallottola, senza nessuna anestesia, o a qualche cugino a cui hanno asportato le tonsille sempre senza anestesia. In pratica mi pare di capire che l'anestesia è nata per proteggere la vita del paziente in caso di operazione al tronco e alla testa, dove il dolore sarebbe talmente forte da mandare il paziente al Creatore per arresto cardiaco. Il resto è tutto un "di più", a cui si sta faticosamente arrivando.

      Riguardo al travaglio come metafora del distacco

      insisto che per me non è una sciocchezza, ma solo se intesa in un determinato senso, cioè la donna che non riesce a lasciar andare il figlio adolescente POTREBBE ricordare i dolori del travaglio e il fatto di averli superati pensando ad un certo punto la frase (per parafrasare Valeria) "Caghiamo questo armadio e che sia finita". Quindi autorizzando il figlio a diventare autonomo.
      Ma a parte il fatto che questo non è assolutamente automatico - ripeto mia zia dopo ben 6 parti naturali avrebbe dovuto interiorizzare la lezione eccome, e invece no - qui temo che si stia facendo l'operazione inversa, cioè per preparare la madre al distacco dell'adolescente la si convinca di una necessità ontologica del dolore... Mi ripeto, secondo me può funzionare molto bene su alcune donne ma per niente su altre, e trovo preoccupante l'idea che ostetriche appena uscite dall'Università siano formate su questa idea che circola, per cui l'epidurale è potenzialmente dannosa - e quindi diventa eticamente giusto rifiutarla alla donna che la richiede - non per strette ragioni ostetriche ma perché si ha il dovere di preparare la madre al distacco. Nemmeno un terapeuta è nella testa del paziente e dubito che si possa prevedere con matematica certezza l'esito di un comportamento simile con la partoriente. Insomma non si può più fare come se l'epidurale non ci fosse, bisogna farci i conti.

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  6. Io resto interdetta quando mi accorgo che questo genere "letterario" si rifà sempre alla stessa bibliografia, cita sempre gli stessi "esperti" e ripete come un mantra gli stessi concetti.

    Non ho letto il libro della Mieli, ma dalla recensione di Curiosa mi sembra di rivedere le pagine di una Verena Schmid o un Michel Odent o un aIna May GAskin (pure quel tomo di 500 pagine mi son sciroppata).

    E' veramente imbarazzante... per l'intelligenza femminile soprattutto.

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  7. davvero non so da dove cominciare per commentare questo post. ci sarebbe da scrivere un libro su ogni argomento citato.
    innanzitutto sono libri come questi che fanno venire "l’amaro in bocca alle donne cesarizzate". con questi lavaggi del cervello possono solo far danni nelle donne con poco spirito critico, poca cultura scientifica, poca fiducia in se stesse.
    da fisico, mi si accappona la pelle a pensare che una persona come questa abbia potuto affrontare un excursus sulla storia del pensiero scientifico, in particolare citando teoria della relatività, meccanica quantistica, metodo galileiano... quando dice che il metodo scientifico è inappropriato per la medicina, le dico di farsi un giro in radioterapia, e di farsi spiegare come funzionano i piani di trattamento. o forse è di quelli che sostengono che i tumori sono inventati dalle multinazionali del farmaco e che in realtà si possono curare col bicarbonato? persone come l'autrice di questo libro diffondono una mentalità antiscientifica, e sono pericolose. evidentemente la statistica applicata alla medicina e all'epidemiologia non sono servite a niente, gli studi a doppio cieco, e così via. certo è un metodo inappropriato. peccato che questo metodo inapropriato ci abbia permesso di avere un'aspettativa di vita di 90 anni.
    riguardo alla "caccia alla depressione post-parto", mi sembra che non se ne faccia mai abbastanza, dal momento che periodicamente si legge sui giornali di bambini uccisi dalle loro stesse madri, o morti in circostanze "misteriose".
    fra l'altro - e me lo diceva una psicologa che si occupa da una vita di asili nido e famiglie - sono proprio lavaggi del cervello come questi, che vorrebbero la mamma come l'eroina del parto prima, mucca da latte e mammina perfetta dopo, che causano tante depressioni.

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  8. Non è allarmante che abbia lavorato al San Gerardo di Monza, direi piuttosto che "tout se tient", evidentemente lo staff lavora con una certa filosofia che trova tutti d'accordo.

    Sulla bibliografia ostetrica: francamente preferirei anche io leggere finalmente qualche fonte alternativa a Odent/Gaskin/Schmid, tipo qualche serio studio di ginecologia o psicologia sulla psicosomatica in gravidanza ecc. A questo punto mi domando se esista dato che non ne parla mai nessuno...


    Commento a parte: personalmente, dato che la partoanalgesia è un atto medico, non penso sia sbagliato IN SE' che lo staff decida di prendere lui la decisione di somministrare l'epidurale, cioè non su richiesta della donna a prescindere dalle contraddizioni eventuali. Questo sempre per il discorso di fiducia verso la classe medica.
    PERO' questa "politica" deve essere scritta ben chiara a caratteri cubitali nelle brochure informative, e nel caso anche spiegare la ragione:
    finora non ho trovato uno straccio di accordo sulle situazioni ostetriche che sarebbero di controindicazione all'epidurale, tanto che ci sono ospedali che la fanno sempre su richiesta e altri che la rifiutano sempre.
    Non credo che sia chiedere troppo che si mettano d'accordo, una buona volta ;-)

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  9. * controindicazioni, non contraddizioni - ovviamente

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  10. La recensione è ammirevole, approfonditissima, sembra di aver letto il libro.

    E l'idea è che davvero che questo testo riassuma proprio l'essenza dello scontro che si consuma attualmente sulla maternità (tra l'altro, se le citazioni sono testuali, il volume sembra ben scritto, quindi più capace di raggiungere quel 'pubblico sensibile e intelligente'... ecc. ecc.), toccando molti dei punti nodali e, cosa ancora più importante, esplicitando il disegno filosofico che si intravede in tanta letteratura divulgativa, dove in genere non viene detto o viene detto male per impreparazione degli autori:

    "Passando per Needheim e il suo tuffo nella civiltà cinese, per la critica operata da Whitehead, Husserl, Marx e Paci, e infine per la rivoluzione portata nella fisica dall’avvento della relatività e della quantistica, veniamo resi edotti su come la filosofia e la scienza di impostazione galileo-newtoniana abbiano condizionato negativamente la civiltà occidentale a partire dall’età moderna, in quanto medicina, biologia, antropologia, sociologia, economia, la stessa psicologia (…) e in generale le cosiddette scienze umane si sono sviluppate sotto l’influenza della teorizzazione tipica delle scienze esatte nate con Galileo e hanno quindi sofferto dell’estensione di un metodo del tutto inappropriato alla loro materia complessa.
    Questa inappropriata estensione della visione meccanicistica a esplorare fenomeni complessi come quelli biologici o umano-sociali ha fatto sì che l’intera civiltà occidentale si sia sviluppata basandosi su una erronea contrapposizione corpo/mente, materia/spirito; solo in tempi recenti, e in maniera ancora troppo marginale, è emersa la necessità di riscoprirsi, di ritrovare la propria natura, le proprie umane aspirazioni soffocate da una civiltà che tanto ha fatto per il dominio dell’uomo sulla natura da dimenticarsi dell’uomo soggetto."

    Ho l'impressione che il vero scontro sia su questo. C'è un certo numero di persone mediamente colte che sperimentano nelle loro esistenze, per vari motivi e in vari modi, un sentimento di empatia per la visione della vita sopra descritta, e che magari con determinate riflessioni, letture più o meno approfondite, pratiche alternative o artistiche arrivano a sposarla almeno in parte. E poi c'è un altra massa di gente che se ne sente del tutto e fieramente estranea. Il dialogo tra questi due gruppi è difficile su tutti i temi, e il tema della maternità è uno di quelli dove lo scontro è più sentito, è in qualche modo emblematico.

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  11. Io mi riconosco decisamente nella prima categoria, nel gruppo che crede 'ci sia qualcosa di vero' nella critica allo scientismo e al razionalismo. E condivido diverse delle idee della dottoressa Mieli (per come riportate da Curiosa). Eppure non nutro alcuna diffidenza per il metodo scientifico né per le varie categorie di studiosi che lo utilizzano, al massimo mi è capitato occasionalmente, nel mio lavoro, di incontrare qualcuno dei suoi limiti, che fossi in grado di riconoscere.

    Una domanda sorge spontanea: se la dottoressa Mieli reputa il metodo scientifico poco esaustivo per la materia del parto, quali altri strumenti ha usato per dare corpo alle sue idee esposte nel libro e per praticare la sua professione? Non è una domanda retorica, è una domanda ben precisa, anzi secondo me è LA domanda, perché come in tutte le pratiche mediche, anche il parto richiede effettivamente un approccio interdisciplinare e probabilmente anche capace di servirsi di metodologie e linguaggi differenti tra loro.

    Al netto di cose che io non riesco a credere vere, ma di cui non ho letto le fonti originali, come la sacrale efficenza degli assetti ormonali, penso che il libro della Mieli ponga, probabilmente senza rendersene conto, un punto centrale per chi si chiede come migliorare il parto, l'assistenza al percorso nascita e al puerperio. Quello di sviluppare l'interazione tra metodi e professionalità anche molto diverse tra loro.

    Poi sì, purtroppo è grave che libri del genere, con ambizioni e possibilità di arrivare a un certo pubblico (Feltrinelli editore), veicolino disinformazione sull'epidurale.

    E secondo me il primo passo da compiere per combattere questa tendenza, è preoccuparci del punto di cui sopra.

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  12. io penso seplicemente che questo libro sia un concentrato di cazzate.
    Sono tanti gli Editori con ampia distribuzione e nome noto che hanno pubblicato deliri del tutto simili.
    Non penso sia grave solo perchè veicola disinformazione sull'epidurale. E' grave perchè mortifica e svilisce la figura femminile.

    La donna gravida per la mieli è un essere incapace di accettare razionalmente il figlio concepito, necessita dei piccoli e grandi fastidi della gravidanza per superare indenne il distacco.

    C'è poi la questione del "Disegno intelligente", l'idea che la Natura non faccia mai nulla per caso. I disturbi della gravidanza sono propedeutici al distacco, affinché lei capisca come nulla che pur si desideri possa avverarsi senza pazienza o fatica;

    Una natura decisamente calvinista direi.

    La Mieli ha pubblicato e sue personalissime impressioni sulla gravidanza, esatatmente come potrei fare io se scrivessi un libro su quello che vedo e provo ascoltando l'aria di Barbarina nelle Nozze di Figaro (è una rivelazione nella rivelazione. La prima volta che ho visto l'opera e ho sentito quelle note dolenti, quel "l'ho perduta".... ho visto il paradiso, giuro!). Punto.
    Che poi queste impressioni siano piuttosto di moda è questione da non sottovalutare.

    Direi che il parto ha assunto proporzioni quasi bibliche., Da accadimento fisiologicoi e naturale a percorso di meditazione e metamorfosi.
    FOrse se le donne iniziassero aprendere un po' meno sul serio questo loro corpo simili sciocchezze sparirebbero dagli scaffali delle librerie. E tante nuove professioni si ritroverebebro senza clienti.

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    1. Devo scappare al lavoro ho sentito al tg5 l'ennesima triste storia bambino con distocia della spalla che rischia danni permanenti, la mamma ha supplicato per avere un cesario ha sofferto ed è stata ovviamente ignorata....che schifo

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    2. Ciao Laur@, non te la prendere se ti faccio una piccola correzione; si scrive cesarEo. Per il resto, d'accordo con te :)

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    3. OK @Anonimo può darsi che si trattasse di un errore di battitura dovuto alla fretta, vige una regola non scritta che consiglia di evitare correzzioni di grammatica nei commenti altrui, cmq grazie mille per la precisazione.

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    4. Ah ah, se l'hai fatto apposta sei una grande

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    5. Senti @anonimo mi stai irritando davvero quindi attieniti a commentare se il commento è inerente al post lasciami perdere ero una povera ignorante mo ora che so come si scrive cesareo mi sento più colta, ok?
      Non rispondermi più perchè sei anzia siamo OFF TOPIC.
      Se sei un troll vai a rompere in un'altro blog.

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    6. Laur@,
      io sbaglio i congiuntivi, pasticcio con la tastiera (peraltro distrutta da mio figlio) e per mesi scrivevo "cesario"... finchè una supertalebana di alf non mi ha corretta :)

      Tranquilla, qui nessuno fa le pulci all'ortografia e grammatica di nessuno. Solo chi è interessato alal forma e poco ai contenuti.
      E tu Laurà sei preziosa.

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    7. Tu lo sei tantissimo per tutti noi :)

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    8. Ma sì, non c'è bisogno di fare i permalosi, l'anonimo #1 ti ha corretto solo per gentilezza (a me fa piacere quando mi insegnano qualcosa, per dire, ho scoperto oggi che la parola "suspence" non si scrive così), mentre io credevo che avessi scritto "correzzioni" con due z apposta e ammiravo la tua autoironia.

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    9. Ora che anche tu Anonimo 2 (scusa non sono capace a scrivere cancelletto)mi hai fatto una correzione/zzione/one ho ampliato il mio bagaglio culturale, se tutti e due vi impegnaste a leggere gli articoli del blog piuttosto che leggere le mie stupidate potreste ampliare il VS e rompere meno l'anima a me. Grazie.

      Elimina
    10. Azz, mi sa che l'autoironia invece non è proprio di casa. Non so se hai capito che nessuno si sente "superiore", e non c'è bisogno di fare i permalosi.

      Cancelletto è alt + à

      Ciao

      Anonimo #2

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  13. @ Calenda Maia e altri...
    Sulla questione del distacco nell'adolescenza: ora non ho il libro sotto mano, ma la citazione che ho riportato a proposito del cesareo:

    ..difficoltà che appaiono ripresentarsi puntualmente [nei figli di cesarei] all’appuntamento adolescenziale – un nuovo parto – a causa dell’assenza di un’esperienza attiva nella nascita..

    si riferiva non alle difficoltà della mamma, ma del figlio, che, non avendo potuto nascere attivamente, poi non è capace a staccarsi. Non è per mancanza di spazio che non ho approfondito l'argomento nella recensione, ma proprio perché è buttato lì così, tre righe che fanno riferimento all'APTONOMIA come disciplina nata apposta per sopperire a queste difficoltà. Mi rendo conto di non essere molto esaustiva, appena posso vi riporto la citazione completa.

    Ma io dico: con tutte le variabili che esistono nella vita di una persona, famigliari, culturali, religiose, ambientali, scolastiche, casuali!, ...ha senso supporre una correlazione quasi deterministica (la Mieli dice PUNTUALMENTE!) tra modalità della nascita e approccio all'adolescenza?! A me pare che SENSO non ce ne sia...
    Curiosa
    -segue-

    RispondiElimina
  14. Potrei però ricredermi (e se ho letto il libro è stato proprio con la disposizione d'animo di chi è pronto a mettere in dubbio le proprie certezze ed eventualmente farsi convincere di altri punti di vista, se validamente motivati), dicevo, potrei ricredermi se mi venisse dimostrato il contrario, o quanto meno illustrato, spiegato... e qui mi riallaccio a Lut Lia: "se la dottoressa Mieli reputa il metodo scientifico poco esaustivo per la materia del parto, quali altri strumenti ha usato per dare corpo alle sue idee esposte nel libro e per praticare la sua professione?"
    Appunto! e' quello che mi sono chiesta per tutto il libro, e a cui non ho trovato risposta, perché ho la fortuna di essere dotata di un minimo di acume che mi permette di individuare al volo l'inconsistenza dei ragionamenti e dei riferimenti citati, dei "dunque" e dei "è risaputo".
    (Per inciso, le citazioni in corsivo sono tutte letterali).

    Curiosa

    RispondiElimina
  15. Io sono con Geka su tutta la linea per quanto riguarda lo svilimento della donna, anzi della persona.
    Uno, uomo o donna che sia, arriva a fare il genitore, si suppone, a un certo punto della vita in cui innanzitutto è adulto e maturo come persona, nella maggior parte dei casi ha costruito un solido rapporto di coppia, e ha deciso con serietà, volontà, maturità e tante belle cose in –tà di mettere al mondo un figlio. Parliamo di situazioni “normali” e non patologiche né accidentali né particolarmente complicate, visto che il discorso della Mieli, da quanto capisco dalla recensione, pretende di avere portata generale.
    Inoltre avrà sviluppato in base all’esperienza personale, e osservando quella di fratelli zii cugini e vicini di casa, tutta una serie di idee su cosa è l’educazione e come dev’essere un buon genitore. E sarà fortemente motivato a fare del suo meglio, sulla base di un suo codice morale.
    Ora va bene che tutte queste convinzioni non debbano necessariamente essere giuste e quindi ben venga il leggere, confrontarsi, avere la mente aperta. Ma la mente, appunto, il cervello, la ragione, la volontà. Non la patata!
    “La grande lezione del parto”?! La nausea serve perché altrimenti mi illudo di potermi tenere la creatura in grembo ad libitum? L’utero che mi insegna come devo amare mio figlio? Il movimento a stantuffo per capire che quando mio figlio avrà 18 anni non dovrò più rimboccargli le coperte?! Ma per piacere!

    La Moglie

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    1. sono stra daccordo!!!

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  16. @ Curiosa
    Mi hai messo una bella pulce nell'orecchio, quasi quasi vado a riparlare con la stessa psicologa specialista di dipendenza affettiva e le chiedo se statisticamente ci sono più figli di cesarei. Anzi a pensarci bene abbiamo proprio una professionista dell'argomento nel gruppo 'O Scarrafone su FB. Sono veramente curiosa di conoscere la sua risposta (o per meglio dire, vorrei proprio vedere che faccia farà!) :-D

    RispondiElimina
  17. Io continuo a sostenere che è il punto di partenza di queste ostetriche fisiologiche aad essere sbagliato: la domanda che dovrebbero porre e porsi è: l'epidurale è/può essere dannosa per il nascituro o la madre?
    - Sì: allora cerchiamo vie alternative per diminuire il dolore della partoriente. E mi va bene di tutto, dalla musica ai quadri, alle posizioni del kamasutra (tanto so che prima o poi qualcuno proporrà anche ciò).
    - No: allora ogni donna (anzi, COPPIA) DEVE essere libera di poter scegliere se richiedere ed ottenere l'epidurale o meno.

    I discorsi filosofici e psicologici vanno bene per chi li vuole accettare. Se mia figlia un domani avrà turbe di qualsiasi tipo nell'adolescenza, o io e la moglie non riusciremo a lasciarla andare per la sua vita, non darò certo la colpa a mia moglie che non ha partorito con dolore... Anzi, darò la colpa alla figlia che non ha voluto girarsi... Però in questo caso, la colpa sarà ancora della moglie che le ha inviato segnali che l'hanno convinta a non girarsi. Però avremmo potuto optare per il rivolgimento manuale...
    Insomma, millemila spiegazioni per non dire/dirsi chiaramente che come genitori abbiamo sbagliato semplicemente qualcosa... per non dire che alcune volte il figlio può avere una personalità sua, che il genitore può prendere delle cantonate, essere egoista, non essere, nonostante tutto l'impegno che ci può mettere, un bravo genitore... come, nonostante tutto l'impegno che ci potessi mettere io non son stato un bravo studente in filosofia o storia dell'arte. Ma che la mia vita debba essere segnata da un momento infinitesimo tra tutte le esperienze che vivrò dagli 0 ai 70(spero) anni... no, questo non l'accetto.
    IL MARITO

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    Risposte
    1. Il Marito, La Moglie,
      siente veramente una bella coppia. Ve lo dovevo dire.

      Elimina
    2. Si fa quel che si può, usando un po' di "vecchio" buon senso, mischiato alle scoperte scientifiche e condito da un bel po' di amore... e certi complimenti fanno arrossire.

      Mia risposta al prof che mi domandava come mai non fossi interessato dalla filosofia: "Se i filosofi avessero avuto da zappare la terra per guadagnarsi il pane, la filosofia non farebbe parte delle materie di scuola".
      Questa è la mia filosofia di vita....
      IL MARITO

      Elimina
  18. Caro Marito,
    scusa l'OT ma... "tutto l'impegno che ci potessi mettere" in filosofia o storia dell'arte.. tu?! che il libro di arte forse non ce l'avevi neanche?! ma dai... non farmi dire cose...
    ;o)

    La Moglie

    RispondiElimina
  19. @Calenda Maia
    Facci sapere!... Già che ci sei magari chiedi anche lumi sull'aptonomia, che da una rapidissima googlata (non ho tempo in questi giorni!) mi pare non c'entri nulla con quello che dice la Mieli... Lei parla di terapia messa a punto da Catherine Dolto, figlia della famosa psicologa, per aiutare i "figli di cesarei" [che definizione delicata eh?!] ad affrontare le difficoltà dell'adolescenza ecc.ecc... Note niente, Dolto in bibliografia non c'è. Boh?

    Curiosa

    RispondiElimina
  20. @ Calenda Maia
    Volevo rispondere a un commento un po' più su ma non mi funziona il "rispondi".
    Sono d'accordo quando dici:
    "personalmente, dato che la partoanalgesia è un atto medico, non penso sia sbagliato IN SE' che lo staff decida di prendere lui la decisione di somministrare l'epidurale, cioè non su richiesta della donna a prescindere dalle contraddizioni eventuali. Questo sempre per il discorso di fiducia verso la classe medica.
    PERO' questa "politica" deve essere scritta ben chiara a caratteri cubitali nelle brochure informative, e nel caso anche spiegare la ragione"

    Ti posso dire come ha posto la questione l'anestesista con cui ho fatto il colloquio informativo previsto dall'H di Alessandria per poter poi firmare il consenso informato (lo si fa durante la gravidanza e non è vincolante né in un senso né nell'altro). Ci ha spiegato la tecnica di effettuazione dell'analgesia, senza nessuna interpretazione psicologica/filosofica/religiosa, soffermandosi a lungo sulle possibili complicanze [alla faccia degli anestesisti che non informano, vero Luna? ;)] e ci ha detto molto chiaramente che comunque in ultima analisi resta una decisione (e responsabilità!!) dell'anestesista, e che se per l'insorgere di qualsiasi controindicazione dovesse esserci negata, dobbiamo sapere che viene fatto per motivi validi CHE MAGARI NON SARA' POSSIBILE SPIEGARCI SUL MOMENTO, ma che saranno riferiti dettagliatamente dall'anestesista a gine e ost, riportati in cartella clinica, e poi non solo spiegati con calma alla madre, ma eventualmente anche approfonditi con ulteriori indagini se dovessero essere la spia di qualche problema medico.
    (continua)

    RispondiElimina
  21. A me questo pare l'approccio corretto. Che è ben diverso dal dire "non ti chiamo l'anestesista perché non ne hai bisogno ed è più bello se partorisci con dolore". No?
    E in questo senso ben vengano le varie tecniche di contenimento del dolore, respirazione, rilassamento, tutto quello che si vuole, e ben vengano le ostetriche che le insegnano, ma non come ALTERNATIVA PIU' SANTA E GIUSTA all'epidurale, piuttosto come alternativa se l'epi non si può fare o finché l'epi non si può fare...

    Alessandrina

    RispondiElimina
  22. uffa mi ha mangiato un commento!!! senza quello non si capisce niente di quello che volevo dire..
    Geka riesci a recuperarlo??! grazie..
    Alessandrina

    RispondiElimina
  23. il punto è sto c@zzo di dolore.
    Utile.

    Ma utile a che????????

    Manco Cristo in croce canticchiava: che bello sto crescendo!

    E basta, con 'sta solfa......

    RispondiElimina
  24. @ Curiosa
    Ho posto la domanda alla dottoressa, vediamo se avra' voglia e tempo di rispondere. Per intanto ho sfogliato il suo blog e non ne fa menzione, la dipendenza affettiva è presentata come il prodotto a lungo termine di una relazione male impostata con i propri genitori, i quali non riescono a lasciar andare il figlio per problemi loro. Sinceramente mi pare un approccio più condivisibile di voler collegare la dipendenza ad un singolo gesto meccanico che rimarrebbe nella memoria come un imprinting che dura per sempre. Siamo animali ma non siamo nemmeno anatre, l'imprinting del parto è sicuramente un'ipotesi affascinante ma guardandola dall'esterno mi pare l'equivalente di voler ricostruire il linguaggio degli uomini delle caverne: già con il celtico e l'etrusco gli specialisti hanno ceduto le armi...

    RispondiElimina

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