domenica 27 novembre 2011

Antidoto per neuroavvelenati | Cervello sui generi(s)

“Siamo portati a eliminare ciò che non conferma le nostre convinzioni”.
Secondo Vidal gli studi che non evidenziano differenze sostanziali nel cervello di uomini e donne sono più numerosi di quelli che arrivano alla conclusione opposta. E allora, perché sono questi ultimi a comparire sulle riviste scientifiche?
Se leggerete l'articolo scritto da Francesca Capelli per la rivista Quark (pubblicato nel 2005), scoprirete il perchè.

Come faranno mai le varie Louann Brizendine e Katherine Ellison a sbarcare il lunario se poi i loro neuro-tomi sulle neuro-differenze di genere non si possono più scrivere?

Cosa c'è di più semplice (in teremini di vendita) che partire da un luogo comune, cercare lo studio giusto e poi scriverci sopra un libro pata-scientifico?
I numeri possono variare, ma in media, rispetto ai maschi, le ragazze pronunciano al gioro una quantità di parole due o tre volte superiore.

Mentre più sommessamente, dalle bigie pagine di uno scarno e noiosissimo studio, per Mehl MR, Vazire S, Ramírez-Esparza N, Slatcher RB, Pennebaker JW, uomini e donne pronunciano un 16 mila unisex di parole al dì.

Ci si potrebbe domandare invece come mai certi libri vendano così tanto e come mai certe teorie (Il cervello delle mamme che per la Ellison è due volte diverso) trovino tanta entusiastica accoglienza proprio tra le biologicamente più accoglienti (dicono) mani delle mamme.


Almeno, le dimensioni non sono più un’ossessione. Quelle del cervello. Perché fino a 30 anni fa gli scienziati sostenevano ancora che il minor volume del cervello femminile fosse alla base di un quoziente intellettivo inferiore.


Uno pensa di esserseli lasciati alle spalle, certi pregiudizi. Poi arriva Larry Summers, il preside della Harvard University, a dire che – se le donne scienziate sono poche – la discriminazione di genere non c’entra. Dipende dalla loro scarsa disponibilità a fare i sacrifici richiesti dallo studio e dalla carriera. E dal fatto che non sono “intrinsecamente” portate per la scienza.


Le proteste non hanno tardato ad arrivare. Summers ha fatto marcia indietro. Ma si è lasciato alle spalle una domanda: che cosa dicono in proposito le neuroscienze?
“Ho censito le ricerche degli ultimi decenni”, dice Sebastiano Bagnara, docente di Psicologia cognitiva al Politecnico di Milano. “I risultati affermano tutto e il contrario di tutto”.


Pensieri, parole
Una differenza su cui ormai la comunità scientifica tende a concordare, però, c’è. Ovvero, la superiorità delle donne nel linguaggio. “Le femmine imparano a parlare prima dei bambini”, osserva Bagnara. “E recuperano meglio in caso di lesioni che danneggiano i centri delle parola” (vedi tavola).
In compenso, i maschi sono più abili nei compiti visuo-spaziali, come l’orientamento e la rotazione di oggetti. “Una possibile spiegazione è di tipo evolutivo”, dice Bagnara. “Per i primi ominidi era fondamentale che il maschio, impegnato nella caccia, sapesse ritrovare la strada anche di notte”. Non è un caso che nei compiti di orientamento l’uomo sfrutti la consapevolezza della propria posizione nello spazio, mentre la donna – che nella preistoria era impegnata in compiti di raccolta – sia più sensibile a riferimenti visivi.


Il peso dell'allenamento
Molte domande restano ancora senza risposta. Queste differenze sono “dati” e immutabili? Qual è la traccia lasciata dall’esperienza sulla plasticità del cervello?
Nora Newcombe, psicologa della Temple University (Usa) è riuscita a migliorare le abilità visuo-spaziali di un gruppo di donne, sottoponendole ogni giorno, per 10 settimane, a sedute di due ore di allenamento al Tetris e ad altri videogiochi basati sull’abilità di visualizzare la rotazione di figure. Sottoposti allo stesso allenamento, anche i gli uomini sono migliorati, ma in misura minore. Così la distanza tra i sessi si è ridotta. Spiega Newcombe: “Ripeteremo l’esperimento con tecniche di neuro-imaging, per osservare ‘al lavoro’ i cervelli di uomini e donne”.


L’importanza dell’allenamento è una vecchia storia. “La musica è sempre stata considerata un campo maschile”, afferma Alberto Oliverio, docente di docente di Psicobiologia all’Università La Sapienza di Roma. “Eppure nel ‘700, le bambine della scuola delle trovatelle di Venezia, che studiavano con Antonio Vivaldi, raggiungevano livelli superiori a quelli dei maschietti, che avevano un altro maestro. Segno che, prima ancora del sesso, contano il clima psicologico, la fiducia, l’esercizio ”. E la necessità. Nella Svezia settentrionale, dove le possibilità di occupazione femminile sono poco allettanti, le ragazze eccellono nelle materie scientifiche, per accedere a facoltà universitarie che consentono di trasferirsi a Stoccolma.

Logica contro analogica
Gli scienziati hanno cercato di individuare specifiche modalità di pensiero maschile e femminile. “Gli uomini tenderebbero a seguire un percorso logico, basato su sequenze di passaggi concatenati tra loro”, afferma Alberto Oliverio, “le donne procederebbero per analogia. In modo più rapido e intuitivo”. Certo, se l’obiettivo è l’elaborazione di procedure ingegneristiche, serve la logica passo passo, ma l’analogia permette di trovare collegamenti inediti, dietro ai quali – spesso – si nasconde la scoperta rivoluzionaria. “Queste differenze, all’interno di un gruppo di ricercatori, dovrebbero costituire una ricchezza, non un problema”, afferma Donatella Marazziti, psichiatra dell’università di Pisa. “Lo stesso vale per la ‘distraibilità’ delle donne, che in realtà è flessibilità, capacità di spostare il focus”. Confermata dai migliori risultati delle donne nei cosiddetti test multitasking, nei quali bisogna eseguire diversi compiti contemperaneamente.


Genere contro individuo
“Il limite di certe ricerche è la strumentazione usata”, dice ancora Marazziti. “Molti studi risalgono agli anni ’80, quando avevamo a disposizione soltanto la Tac”. Tecnica grossolana, rispetto alle attuali, come la risonanza magnetica.
Gli studi più recenti riservano sorprese. Nel 2004, una ricerca in risonanza magnetica su centinaia di volontari (pubblicata sulla rivista scientifica “Brain”) ha evidenziato che persino nei test di linguaggio, un caposaldo degli studi “di genere”, le differenze tra uomini e donne, nell’attivazione dei due emisferi, erano irrilevanti rispetto alle differenze tra singoli individui, indipendentemente dal sesso.


“Abbiamo tutti cervelli diversi: uomini e donne, violinisti e giocatori di rugby”, afferma Catherine Vidal, neurobiologa e dottore di ricerca all’Istituto Pasteur di Parigi. “Il cervello si modella dopo la nascita con l’esperienza e gli stimoli. Nasciamo con soltanto il 10 per cento delle connessioni tra cellule nervose già costituite”. Il resto si plasma giorno dopo giorno: in famiglia, a scuola, nella società.

“Un bambino è influenzato da quello che si sente dire di sé”, dice Cristiano Castelfranchi, direttore dell’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Cnr di Roma. “Le aspettative degli altri determinano il suo modo di percepire il mondo e se stesso”.


E questo vale non solo per le menti in evoluzione dei giovani, ma per gli stessi ricercatori. “Il tema delle differenze tra i due sessi non è neutro”, osserva Vidal. “Nella grande massa di dati e studi a nostra disposizione, ognuno va alla ricerca di ciò che vuole trovare. E vede soltanto quello”.

Conferma Castelfranchi: “Siamo portati a eliminare ciò che non conferma le nostre convinzioni”.
Secondo Vidal gli studi che non evidenziano differenze sostanziali nel cervello di uomini e donne sono più numerosi di quelli che arrivano alla conclusione opposta. E allora, perché sono questi ultimi a comparire sulle riviste scientifiche? Vidal non ha dubbi:“Perché nessuno vuole pubblicare uno studio che ha portato a un risultato negativo”.


Catherine Vidal, Dorothée Benoît-Browaeys, “Cerveau, sexe e pouvoir”, Editions Belin, 160 pagine, 16 euro.

14 commenti:

  1. Che bell'argomento. Difficilissimo. Già per gli esperti studiosi di 'cervelli', figuriamoci per i profani. Si parla di neurologia, di genetica, di biologia in generale e di scienze cognitive, il tutto dalla prospettiva dell'identità di genere. Già solo se parliamo di genetica, pare che lo sviluppo dell'organismo nella sua interazione ambientale (ma considerando come 'ambiente' già l'organismo stesso) 'accenda' o meno determinati geni. La potenza della cultura fa il resto.

    Anche se mi chiedo: ma nella razza umana, distinguere tra biologia e cultura ha davvero senso?

    Provo a immaginare che no, non abbia senso. In questo modo, mi pare di ragionare meglio: io non so come funziona il cervello, ma tendo a credere che esistano degli 'ingredienti di genere' (singoli elementi, o combinazioni di elementi) che stanno in abbondanza tanto nei maschi quanto nelle femmine, per poi accendersi di più o di meno a seconda del sesso e dell'individuo. Statisticamente, nei maschi ci sono più elementi maschio e nelle femmine più elementi femmina. Ma è solo statistica; di fatto, tanti ingredienti maschio sono fortissimi nella natura individuale di tanti soggetti femmina, e viceversa.
    Insomma, ciascuno ha la sua indole, magari in aperto conflitto su molti aspetti col sesso di appartenenza. E l'indole si intreccia poi con la storia, il contesto socioculturale, ecc. al punto che anche qui, operare una distinzione netta è piuttosto difficile (e quanto utile?).

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  2. Questa riflessione la facevo ieri sera col mio compagno a proposito del libro "Conflit" (Mamme cattivissime) della Badinter, che è filosofa femminista della non-differenza. Lei fa notare come anche in Svezia, il paese con le migliori politiche familiari del mondo, ovvero quelle che più si sforzano di rendere la maternità esperienza felicemente compatibile con la carriera per le donne, l'ugliaglianza tra uomini e donne sia solo leggermente, e poco significativamente, maggiore che negli altri paesi. Perché sono pochi gli uomini che prendono realmente i congedi parentali, pur potendolo fare, mentre le donne sono molto più largamente impiegate nel settore pubblico che in quello privato perché il secondo trova troppo onerose le loro maternità. Quindi, secondo Badinter, non è solo questione di politiche sanitarie ma è un problema culturale: riformare la mentalità di donne e uomini sul concetto di parità e uguaglianza. Io sono d'accordo ma solo in parte. Innanzitutto, la parità deve essere un obiettivo, l'uguaglianza no: l'uguaglianza non è esito scontato né auspicabile, io vedrei molto ma molto meglio una sorta di individualismo di genere all'insegna del transgenderismo, in parole povere ognuno si vive la sua identità di genere col proprio originale mix di caratteristiche; in secondo luogo, un simile cambiamento culturale è EPOCALE, non può certo avvenire alla velocità con cui si promulga qualche legge (che pure ci son voluti secoli a ottenere); e alla fine l'obiettivo secondo me non è, appunto, 50% donne mamme e in carriera / 50% uomini papà e in carriera (che poi: ma quali carriere, nell'Europa in piena crisi? E si dà anche per scontato che ogni individuo voglia realizzarsi nel lavoro, non è così per tante donne e nemmeno per tanti uomini, moltissimi considerano il lavoro un diritto e un dovere per guadagnarsi da vivere e stop, poi trovano la propria realizzazione altrove, famiglia, hobby, interessi, passioni...), ma creare le condizioni politiche perché ciascun individuo riesca a esprimersi come meglio crede.

    In tutto questo quadro, dopo aver letto il libro, e pur ben conoscendo tante posizioni estreme, confermo l'idea che mi sono fatta all'inizio: non è il maternalismo in sé una minaccia. Il maternalismo secondo me va visto da tanti e tanti punti di vista, tra i quali il femminismo è solo uno e nemmeno il principale. Questo è l'errore della Badinter, per me. I punti di vista sono: nascita e ruolo della psicologia e della pedagogia nel mondo Occidentale, maggiore attenzione alle relazioni interpersonali come conseguenza dello sviluppo economico prima, e come risposta alla crisi economica poi (non è vero che il padre è il grande assente! l'appello alla madre 'intensiva' porta con sé il sottinteso appello a un padre empatico e 'femminile': l'appello non è ai ruoli patriarcali quanto a una sorta di 'femminilizzazione' della società), ecologia, decrescita, critica al consumismo e più in generale, al capitalismo.

    Badinter ne fa cenno nel libro, ma sottostima la centralità di questi temi, secondo me.

    Ok ho fatto un pastone. Notte

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  3. purtroppo ho tempo per scrivere solo due righe veloci.
    La Badinter a mio modesto parere parte dall'idea che ci si debba focalizzare sui punti che ci rendono "simili" e non da quelli che ci renhderebbero "divesi".
    Ecco quindi il suo "attacco" alla campagna martellante della LLL all'allattamento esclusivo al seno.
    Il biberon aveva "femminilizzato" i padri rendendoli di fatto anch'essi nutrici dei figli.
    Ma le nuove "scoperte" vanificano questa conquista. Il latte di mamma è insostiutuibile, la madre lo è. Il padre è un contorno.
    Diciamo che almeno in questo punto non vedo come le nuove "filosofie" ecologiste possano prevedere un posto ai padri diverso da quello di 50 anni fa, ossia dell'eterno assente.

    La Badinter poi non parla di gratificazione nel lavoro o di carriera. Parla principalmente di indipendenza economica. Un individuo con una sua indipendenza economica è certamente più libero di uno che vive a rimorchio di un altro.

    Molti di noi trovano gratificazione da altro (famiglia, hobby ecc...), ma a meno di non essre ricche ereditiere che vivono di rendita, è il lavoro che ci fa guadagnare la pagnotta.

    Quanto alle diversità di genere. Io credo alal Vidal... ogni cervello è differente. Quello del rugbista è diverso da quello di un violinista. E i cervelli dei violinisti sono tutti diversi tra loro.
    Alla fine quello che ci rende "conformi" è una sorta di programmazione sociale.

    Cambiamento epocale? In meno di ventanni la pillola anticoncezionale ha cambiato il senso dell'atto sessuale dividendo di fatto il fine del concepimento da quello del piacere.

    Per la maternità pare che la partita sia più dura. Mi domando perchè...

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  4. Mi pare che Badinter parli sì in certi punti di indipendenza economica: quando riferisce le statistiche delle madri che abbandonano il lavoro o restano a casa, e soprattutto rispetto al rischio di realizzazione del modello della madre esclusiva/intensiva, che per stare a casa fino ai 3 anni del pargolo, e magari avere più di un figlio, ha il destino da casalinga segnato; ma per il resto, pone l'accento assai più spesso sulla realizzazione professionale e la carriera (parola quasi anacronistica, almeno in Italia, imho) che non sull'indipendenza economica tout court. Infatti quando parla del modello svedese, non dice che le donne non hanno lavoro e fanno le casalinghe, ma semplicemente che usufruiscono molto più degli uomini dei congedi parentali, e che sono più spesso impiegate nello statale che nel privato.

    Secondo me il modello maternalista della madre esclusiva è l'ultimo in ordine di importanza dei fattori d'influenza che spinge le donne a casa. Quasi tutte le eco-mamme che conosco lavorano e lasciano i figli al nido (se, per fortuna, esiste e funziona). Questo significa che le ecomamme si ispirano forse a un modello integralista di stampo Leache League, ma lo attuano in soluzioni del tutto individuali e alla fine se ne discostano completamente. Sono pronta a credere che le donne che si lasciano influenzare dal diktat del co-sleeping al punto da sacrificare la loro vita sessuale senza che vi sia né la necessità per i figli, né una volontà di allontanarsi dal partner, siano meno numerose dei gay cattolici attivisti. Allo stesso modo, quando una donna decide di fare la mamma full time secondo me lo fa per cento ragioni, economiche in primis, anche opposte, ovvero può permettersi di non lavorare per alto stipendio del marito e/o rendite o viceversa non può permettersi di lasciare i figli per assenza di nidi e famiglia di sostegno... una minoranza di queste sceglierà a posteriori alcuni ingredienti dell'ideologia à la Leache League per cercare un senso anche culturale alla propria condizione.

    E' vero, il biberon è stata una femminilizzazione del papà, ma il battere sull'allattamento, se è nato nella Leache League anche con motivazioni di genere, non è stato recepito affatto in questo modo dalla attuale generazione di genitori 'postmoderni': non come un modo per ridistribuire i ruoli in senso tradizionale, bensì come un'occasione per valorizzare un'esperienza affettiva, fisica e benefica sul piano nutritivo e pediatrico; il padre viene centralizzato continuamente dal discorso 'genitori' come diade dell'accudimento, che sostituisce il gineceo mamma + sorella o suocera. Anche se i papà non scrivono blog e specie in Italia siamo ancora lontanissimi da una più equilibrata distribuzione del 'lavoro genitoriale', secondo me siamo molto più avanti ora con l'allattamento, che trent'anni fa col biberon. Insistendo tanto sulla madre in realtà si insiste, ripeto, sulla componente affettiva fisica e su una genitorialità 'slow' che investe completamente anche la paternità.

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  5. Quanto agli studi sul cervello: gekina, ti prego di non prenderla come una provocazione né come una domanda retorica: perché tu che critichi tanto l'uso che alcune 'maternaliste' fanno di studi scientifici a supporto di tesi culturali, in questo post fai la stessa cosa?
    Io non credo sia sbagliato che lo facciano loro, come non credo sia sbagliato che lo fai tu. Ma ti chiedo di spiegarmi che differenza c'è.

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  6. Dunque Lutlia,
    a me viene la pelle di pollo quando vedo rovesciare nello stesso calderone psicologia, pedagogia, genitorialità, mammità, critica al capitalismo, ecologia, conumismo, femminismo ecc...

    Vorrei capire da quando (e perchè) essere genitori è diventata una sorta di santa investitura nell'ordine dei Cavlieri che Cambieranno il Mondo (in meglio s'intende).

    Vorrei anche capire dove s'evince che il ruolo paterno nella genitorialità slow (e già mutuare un termine di Petrini mi fa ritornare la pelle di pollo) è quello di un babbo presente e femminile... sempre che c'intendiamo una buona volta su cosa intendiamo per "femminile" e maschile.

    Perchè io tutti i libri di ecogenitorialità che ho divorato, parlano di un padre-filtro (o placenta, o che divide quando è giunto il momento la madre dal pupo e difende il nido) che dovrebeb sostenere la compagna nel difficile, santo e insostituibile compito di:
    a) allattare esclusivamente al seno il pupo
    b) farlo per almeno i primi due anni. Meglio tre. Ma anche oltre.
    c) non alzare mai la voce con il pupo. Dialogare e mettersi in ascolto. Anche quando ti rompe gli occhiali, ti versa la tisana sopra il portatile, ti sfascia la libreria, i cd, i dvd.
    d) mai, mai, mai, mai, alzare un dito sul pupo. Nememno per dargli una sberletta (di quelle che non fanno male ma che insomma, al momento frenano) anche quando si sta per tirare addosos una pentolona di acqua bollente o ingurgitando un litro di soda caustica.

    Per i punti qui sopra (e per tanti altri che ometto per non annoiare chi ci legge) vengono sempre riportati autorevoli studi....

    Ora ecco la banale differenza tra un blog come questo (e me) e l'infinita galassia di blog, forum e siti a genitorialità eco-slow.

    Epiduraleblogspot non pubblicizza l'epidurale, non la consiglia e non la promuove.
    Pubblicizza un diritto, promuove il libero acesso a cure antalgiche efficaci e sicure che solo per puro caso coincidono ora con l'epidurale. Domani potrebeb essere una pillola, chi lo sa....

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  7. Su epiduraleblog spot non si tratteggia il "tipo" di donne che chiedono l'epi o che l'hanno fatta.
    Non dice che un bambino nato in epidurale è più intelligente.

    Potevo postare tutta una serie di studi sulla riduzione di lacerazioni vaginali spontanee con partto in peridurale. Potevo e forse l'ho fatto una volta. Ma non ricordo.
    Ma non è questo il punto.

    Quando sostengo che fare un libro su una certa idea che ti frulla in testa (Ellison e le mamme diversamente neurologiche ad esempio) è un'operazione partigiana non lo faccio mica pubblicando un altro libro "uguale e contrario".

    Per esempio il mio libello sull'epidurale parla poco di epidurale (anzi manco spiego cos'è, come si fa, quali farmaci infondono) e molto di cesarei secondo l'oms, di parti in acqua, di ginecologhe che s'inventano difficoltà di allattamento al seno dopo un parto in analgesia.

    Insoma a me la differenza pare macroscopica.

    Concludo con una considerazione. Il web scoppia di mamme blogger ecosostenibili, di genitori "informati" ce vogliono cambiare le econoie capitalistiche dei paesi utilizzando i propri figli.

    Non troverai un solo sito di mamme che si definiscono tecnologiche, amanti dei parti cesarei e in peridurale, della PMA, della difesa del sistema capitalistico e consumistico a suon di episiotomie e ossitocine sisntetiche.

    Chi vuole l'epidurale non vuole cambiare il mondo. Vorrebbe molto più sommessamente garantirsi un basilare diritto.

    Riconcludo con un bell'attenzione. Tutto sto discorso della genitorialità ecosostenibile tace su diversi punti. La famiglia monoparentale ad esempio... o quella omosessuale. Riesepio.
    E poi, tutto sto riversare sui neonati e i figli le speranze di un mondo migliuore. ma non è che gli farà mica male?

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  8. Quanto agli studi sul cervello: gekina, ti prego di non prenderla come una provocazione né come una domanda retorica: perché tu che critichi tanto l'uso che alcune 'maternaliste' fanno di studi scientifici a supporto di tesi culturali, in questo post fai la stessa cosa?
    Forse ti riferisci alla teoria della Brizendine e del Mullah Omar che le donne parlano più degli uomini (scientificamente provato secondo loro) e al mio rammentare uno studio americano che smentirebbe la cosa?

    Beh, io non è che dico che le donne parlano meno degli uomini. Dico semplicemente che certi studi, che vorrebebro sondare scientificamente le diversità di genere, l'intelligenza di un individuo allattato al seno vs uno a biberon ecc... possono arrivare a conclusioni contrastanti. E che ignorare certi studi per esigenze di copione (leggi editoriali) non fanno altro che aumentare la truppa degli stupidi saccenti.

    ora lo studio sull'aumento di QI per i bambini allattati al seno è sbarcato pure su Repubblica. Che Dio ci aiuti!

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  9. Ciao, vengo ogni tanto su questo blog perché mi interessa (detesto il dolore e ho richiesto l'epidurale per il mio primo figlio, peccato me l'abbiano tolta proprio in fase di spinte, quando faceva piú male, adesso con un secondo parto imminente diró espressamente che la voglio, e fino alla fine).
    Un'amica mi ha segnalato questo post perché tira delle conclusioni abbastanza simili a quelle che avevo trovato io quando genitoricrescono mi aveva chiesto di scrivere un guestpost (http://genitoricrescono.com/genere-punto-vista-scienza/) sulle differenze di genere a livello cerebrale (lavoro con le neuroscienze).
    In particolare, in uno degli studi citati, una delle authors dichiara chiaro e tondo che:

    “l’interpretazione di questi dati [le differenze fisiologiche osservate] puó essere potenzialmente abusata, ed é pericolosa se ogni sesso volesse usarli per mostrare la superioritá del cervello femminile o di quello maschile”.

    perció mi ritrovo ad essere -molto- scettica quando si citano articoli o si scrivono libri dove si sostiene che la donna é cosí e l'uomo cosá. Addirittura la tesi per cui la donna é brava in certe abilitá e l'uomo in altre perché lei era raccoglitrice e lui cacciatore, sembrerebbe essere smentita da recenti studi archeologici dove si mostra il contrario, tanto per portare un altro esempio.
    Quindi io personalmente mi accodo alla posizione della Vidal.

    Sulle discussioni su Badinter &C,&oppositori: quello che mi irrita un po' in tutta la faccenda, é che si parla quasi esclusivamente di cosa una mamma debba fare o meno per essere una *brava mamma*. Di maternitá e non di genitorialitá. (forse vivendo in Svezia sono condizionata da una visione che include anche il padre in equitá).
    Come se, in prima istanza, sia responsabilitá solo materna e non genitoriale di come un figlio viene su.
    In seconda istanza, come se tutto il rapporto genitore-figlio dipendesse da quelle ore del parto o da quei mesi di allattamento, e non da tutte le dinamiche, avvenimenti e comportamenti che si dispiegano in molti anni di educazione e coinvolgimento emotivo.

    Mi irrita il fatto che qualcuno/a venga a dirti cosa devi fare in dettaglio per essere un buon genitore, ops, una buona mamma, o una brava donna, o una brava femminista, o che. E se allatti sei cosí, se fai il cesareo sei colá, se non usi i pannolini lavabili sei cosú, eccetera.
    Mai qualcuno che pensi che le decisioni che vengono prese come genitore dipendano da:
    -com'é il genitore come persona (personalitá, fisiologia, ecc)
    -com'é quel peculiare bambino come persona (personalitá, fisiologia, ecc. anche qui)

    tanto per fare una carrellata di esempi al riguardo di cose che mi sono state dette o che ho letto:
    "se fai l'epidurale sei una vigliacca-contro-natura": oh, a me il dolore fa male, se posso evito. Mi faccio mettere l'anestesia anche per farmi togliere il tartaro, e nessuno mi ha mai detto niente. Perché mi fate storie col mio parto?
    "se allatti fino a tre anni sei una donna schiava di un modello patriarcale": io l'ho fatto. A me andava bene, a mio figlio piaceva, nel caso peculiare non mi ha impedito di riprendere il mio lavoro e i miei hobbies. Qual é il problema? Se al prossimo figlio non interesserá come al primo, smetteró prima.
    "un bambino a tre anni deve dormire dalle 7 alle 20". Mio figlio dorme molto di meno. Si vede che la sua fisiologia é cosí, sta benissimo lo stesso.

    beh, scusate intrusione e minestrone :)

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  10. Un bel minestrone invece Morgaine,
    difficile non concordare con te :)
    Interessante pure la controteoria sui maschi cacciatori e le donne raccoglitrici.

    In disaccordo invece sulla Badinter.
    Sed hai letto il suo libro non puoi dire che la filosofa francese metta all'indice le donne che allattano al seno oltre l'anno di vita dei pupi.

    La Badinter ragiona sulla LLL, la sua storia, la sua opera di proselitismo.
    Il problema non sono le donne che allattano al seno fino a tre anni (se vogliamo storicamente il modello patriarcale era per le balie, il seno di mamma doveva liberarsi prima possibile della sua funzione "nutritiva"), ma politiche saniarie che in meno di 20 anni sono passate da un totale disinteresse in materia all'ossessione per l'allattamento al seno sempre e comunque.

    La scelta del singolo non è mai criticata dalla Badinter. Almeno questo è quello che ho colto io nel suo libro e in diversi articoli e interviste.

    Il problema c'è quando l'uso di pannolini lavabili diventa un dogma, quando si dimostra "scientificamente" che il qi di un bambino allattato al seno è maggiore rispetto a quello di uno nutrito con bibe e la.

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  11. Gekina: quello che dicevo sulla Badinter non riguarda quello che lei personalmente sostiene, ma le discussioni che si creano *intorno* a quello che lei sostiene (poi nello specifico non saprei neanche commentare obiettivamente la Badinter perché non conosco molto la controparte LLL e non so se é vero che fa proselitismo della tetta).
    Ad esempio, ho notato che il discorso allattamento prolungato appare facilmente, in queste discussioni, come qualcosa che esprime una filosofia generale/assoluta delle persone (mamme) che la praticano.
    In alcuni casi puó essere cosí, ma in altri (come il mio) é semplicemente il frutto delle circostanze: un bambino 'tettone' di suo e una tetta che produceva senza problemi, piú circostanze professionali che non hanno impedito la cosa. Tutto questo senza doverci per forza etichettare o inquadrarci in sovrastrutture con significati piú o meno femministi o piú o meno naturalisti.

    Ed é quello che mi premeva sottolineare: il fatto che questo tipo di discussioni spesso e volentieri lo vedo usato come scontro di filosofie e massimi sistemi (se posso essere esplicita ad esempio sul blog di Juliet Linley al Corriere.it), dimenticando totalmente il fatto che sono scelte individuali, che ogni persona ha esigenze, storie, corpi diversi.

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  12. Credo che le scelte individuali non abbiano bisogno di blog o libri per essere sostenute. Se si vive in una società libera, se le scelte sono compatibili con la libertà degli altri (e allattare al seno o con il bibe lo sono), non hanno bisogno di paladini per difenderle.

    Chiaramente non conosci la LLL. Ti invito a spulciare il loro sito e a leggere il libro della badinter. Forse capirai che le discussioni che si creano "attorno" a certi argomenti sono certo semplificazioni. Ma queste semplificazioni nascono da chi vorrebeb sostenere una cosa (allattamento al seno esclusivo e a richiesta ad esempio, nel caso della LLL).

    Generalmente l'epidurale viene associata al taglio cesareo, a una tipologia di donna che cammina su tacco 12, vanesia, egoista ecc... probabilmente che ha imposto il latte artificiale al pupo.

    Ovviamente non è così. E in questo blog non ho nememno speso un post per controbattere questo luogo comune (anche se varie volte ne ho fatt cenno).

    Personalmente parto da un banale assunto. Quando mia madre scendeva in piazza a chiedere aborto e divorzio non è che lo facesse perchè aveva in programma di abortire e divorziare.
    La vita è strana. A volte sono ricorse all'IVG o alla separazione donne e uomini che erano contrari per principio.

    ma appunto la vita spesso non conosce principi, regole e coerenza.

    Io ho allattato al seno il pupo fino all'8° mese.
    Non so se fosse un pupo tettone. So solo che a 5 mesi e mezzo avevo già programmato lo svezzamento perchè sarei rientrata a lavoro con orario 9-16 e a casa ci sarei arrivata solo alle 17.

    La mattina tra docce, pannolini da cambaire, colazione da preparare... tempo per tirarmi il latte non ne volevo trovare. Non volevo, ho deciso che al massimo avrei concesso la poppata serale.
    Mio figlio si è adeguato.
    L'ho traumatizzato?
    A legegre alcuni "esperti" si direbbe di sì. Per altri no.
    Solo la vita ci dirà chi aveva ragione. Ma anche no. Perchè come si fa a dire che un adulto è "tordo" per via di un allattamento al seno mancato o poco prolungato?
    Le variabili che fanno di una persona "quella persona" sono talmente tante che l'operazione non può che risultare partigiana già in partenza.

    E' indubbio per4ò che gli "esperti" che fanno da cassa di risonanza a certi studi (allattamento al seno come variabile che aumenterebbe il QI di un bambinoi) e certe pratiuche genitoriali... come dire... si rifanno a un modello che comprende spesso le stesse cose:
    allattamento al seno esclusivo e meglio se a richiesta, pannolini ecologici o ciripà, pappette fatte in casa, educazione dei pupi basata su "alto contatto".

    E' una scuola certo, una delle tante. Ma spesso i veri esperti manco si pronunciano su queste cose lasciando al genitore libertà di manovra e cercando magari di aiutarlo nella scelta che spesso è resa difficile da sensi di colpa e voglia di "conciliare" la propria vita con i ritmi di quella del proprio bimbo.

    C'è comunque un clima che a volte trovo veramente pesante.
    Per capirci... leggere i commenti alla recensione di questo libro:
    http://www.ioeilmiobambino.it/psicobebe/le-prime-regole/si-fa-come-dico-io-la-provocazione-di-un-pediatra-5964
    Commenti quasi tutte di donne presumibilmente madri....

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  13. I filosofi hanno vita dura e suscitano dibattito. La nostra - nonostante il titolo con cui hanno tradotto il suo libro - non voleva scrivere un manuale su come educare i figli o indicare un metodo per avere dei bambini buoni e bravi. Lei si interroga sulle donne e sul modo di vivere la maternità a tutti i livelli - individuale, sociale, antropologico. Lo fa tenendo presente lo stato delle cose.
    Mi pare del tutto evidente che alcune scelte - legittime, per carità - siano incompatibili con una vita normale, non di necessità votata al consumismo sfrenato o al carrierismo. Così non dovrebbe poi sorprendere la rinuncia di tante donne a lavorare come se l'indipendenza economica fosse un optional. Peccato che se il coniuge incappa in un licenziamento o se la coppia scoppia o il portatore di reddito va al creatore è, in genere, troppo tardi per mettere rimedio a scelte scellerate fatte in buona fede e con l'idea del bene supremo del figlio.
    HMV

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  14. Uno studio in controtendenza sui risultati in matematica

    “Crediamo che sia molto più sensato attribuire le differenze nelle performance in matematica principalmente a fattori sociali specifici di ciascun paese“, ha spiegato Jonathan Kane.

    http://blog.panorama.it/hitechescienza/2011/12/13/maschi-piu-bravi-in-matematica-non-e-merito-della-biologia/

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